Vita e collezioni

Diego de Henriquez nacque a Trieste il 20 febbraio 1909 da Diego de Henriquez e da Maria Micheluzzi. L’origine della famiglia sembra debba essere ricercata in Borgogna da dove successivamente un ramo del lignaggio si sarebbe insediato in Portogallo e da lì, nel XVIII secolo, in Austria e quindi a Trieste. La carriera scolastica di Diego fu piuttosto tortuosa, divisa – anche a causa degli eventi bellici – fra istituti scolastici diversi e diverse località quali Gradisca, Graz, Venezia, Gorizia e Trieste dove, infine, frequentò all’Istituto Nautico. Fin da giovane si dedicò con passione al collezionismo ma è errato pensare che raccogliesse solamente materiale bellico: i suoi svariati interessi e la sua versatilità, infatti, fecero sì che collezionasse oggetti della natura più varia come si può constatare tutt’oggi visionando i materiali custoditi nel Museo che porta il suo nome.

La sua prima passione fu l’archeologia tanto che nel 1926, con alcuni amici, fondò la S.A.T. (Società Archeologica Triestina). Durante le escursioni sul Carso e in Istria – spinto da questo interesse che coltivò attivamente fino agli anni ’60 – raccolse diverso materiale archeologico, coinvolgendo, talvolta, i direttori dei musei cittadini.
Nello stesso 1926, a soli diciassette anni, ebbe l’opportunità d’imbarcarsi come mozzo su una nave che lo condusse in India: di questo viaggio esiste una cronaca entusiasta e dettagliata su alcuni quadernetti di appunti di età giovanile conservati al Museo.
A diciannove anni, nel 1928, sposò Adele Fajon e l’anno successivo prestò servizio militare in Fanteria, con poco entusiasmo. Nel 1929 nacque la prima figlia Adele Maria – tuttora vivente – e due anni più tardi il figlio Alfonso1 che, in qualche modo, ha seguito le orme paterne.
Dopo il servizio militare trovò impiego presso il Cantiere Navale di Monfalcone (C.N.T.), all’ufficio aeronautico, con la qualifica di “tracciatore”.
Più tardi passò alla società di navigazione Libera Triestina che successivamente fu inglobata nella Società Adriatica di Navigazione.

Il 1941 è un anno che va sicuramente ricordato in quanto segnò una svolta nella vita di Henriquez: nella primavera di quell’anno, infatti, venne richiamato alle armi e precisamente al XXV Settore di Copertura Timavo a San Pietro del Carso (l’odierna Pivka in Slovenia. Proprio nella caserma dove Henriquez prestò servizio è stato creato il Park of Military History). Dai suoi superiori – primo fra tutti il colonnello Ottone Franchini – ottenne l’autorizzazione a recuperare preda bellica con la quale iniziò ad allestire un Museo di guerra. Contemporaneamente diede vita a un Giornale del XXV Settore, compilò una guida relativa allo stesso Settore e predispose un laboratorio fotografico.

Dopo l’8 settembre 1943 – quando l’Italia si dissociò dalla Germania – egli comprese che facilmente i tedeschi – in particolare quelli dell’Heeres Museum Gruppe – avrebbero potuto mettere le mani sui materiali bellici di San Pietro del Carso. Approfittando del fatto che la località era collegata a Trieste tramite ferrovia, con diversi viaggi su rotaia, riuscì a trasportare il Museo di guerra nel capoluogo giuliano in via Besenghi 2 (presso villa Basevi) dove rimase per alcuni anni fino al trasferimento della collezione sul colle di San Vito nella zona chiamata Sanza dal nome di un fortino lì costruito nel diciassettesimo secolo con lo scopo di facilitare l’avvistamento di eventuali nemici provenienti dal mare.

Diego de Henriquez fu “abile diplomatico” tanto da riuscire ad instaurare rapporti distesi con tutti gli eserciti che occuparono il nostro territorio. Nel mese di maggio del 1945, ad esempio, la sua partecipazione come intermediario / traduttore alle trattative di resa dei tedeschi gli valse dei materiali “nemici” per le sue raccolte. Durante i “quaranta giorni” di occupazione jugoslava diventò “il compagno direttore del Museo”. Durante il Governo Militare Alleato (G.M.A.), che durò fino al mese di ottobre del 1954, ottenne il rilascio di permessi speciali per poter recuperare in diversi luoghi anche beni militari e incrementare così le sue collezioni. Con l’autorizzazione della Soprintendenza, potè recarsi a Pola a prelevare materiali e documenti di notevole interesse museale compresi quelli relativi alle ormai distrutte fortificazioni della città.

Risulta che già nel 1947 de Henriquez avesse avuto intenzione di donare il suo patrimonio al Comune di Trieste ponendo però dei vincoli che rappresentarono un impedimento alla realizzazione della donazione: tale decisione, probabilmente, fu dettata dal fatto che in quel periodo egli non faceva più parte dell’esercito, aveva una famiglia da mantenere e un impiego alla Società Adriatica di Navigazione ed era quindi troppo oneroso per lui – in termini di tempo e di denaro – mantenere un Museo così consistente. Confidando nelle promesse dei politici decise di donare le collezioni al Comune e, pensando di poter continuare ad esserne il direttore, nel 1949 si licenziò dal suo impiego. Questa decisione ebbe forti ripercussioni sulla sua esistenza e su quella dei suoi familiari: le promesse, infatti, non furono mantenute e si trovò in una situazione economica molto precaria tanto che, in più occasioni, fu costretto ad attuare la vendita di materiali ferrosi appartenenti al Museo per poter saldare i debiti che aveva contratto. Visto l’insuccesso della sua iniziativa, a un certo momento, si rivolse anche a vari ministeri romani senza però ottenere alcun aiuto.

Dal 1953 al 1955 la Prefettura di Trieste nominò un commissario straordinario per amministrare le collezioni di Henriquez e una commissione che aveva il compito di studiare come gestire e sistemare il Museo. Ma anche questa operazione non diede i frutti sperati. Fu così che Diego de Henriquez iniziò a guardarsi altrove tanto da accettare il suggerimento di Ottone Franchini – suo superiore a San Pietro del Carso – di recarsi a Roma nel 1957 per progettarvi il trasferimento del Museo e pensare di inaugurarlo in occasione delle Olimpiadi del 1960. Per questo fine gli fu assegnata la caserma di Santa Croce in Gerusalemme dove, però, si lasciò fuorviare dall’antica passione per l’archeologia e iniziò a effettuare degli scavi che ebbero come unico risultato quello di procurargli dei problemi con la giustizia.

Nel 1963 si ritrovò nuovamente a Trieste al punto di partenza e pieno di debiti.

Iniziarono a farsi avanti alcune città come Gorizia, Muggia, Feltre e Verona che si offersero di accogliere le sue raccolte. A questo punto il Comune di Trieste – acquisita la consapevolezza di rischiare la perdita delle preziose collezioni – unitamente alla Provincia, all’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo e all’Ente Provinciale per il Turismo, decise di costituire un Consorzio per la gestione del Museo. Il 14 maggio 1969, con decreto prefettizio n. 1-14/15-1791, venne approvato la statuto del Consorzio con sede presso il Comune di Trieste e con Diego de Henriquez come direttore. L’intenzione era quella di creare una mostra permanente diretta dall’Henriquez con sede sul Monte Calvo presso Trebiciano dove si stavano concentrando i mezzi e l’artiglieria pesante e dove si sarebbero dovuti costruire anche dei padiglioni per il ricovero dei materiali. Temporaneamente gli venne assegnato il magazzino di via San Maurizio 13 dove lo stesso collezionista, da un certo momento, fissò la sua dimora rinunciando, tra l’altro, allo stipendio mensile per devolverlo interamente alla manutenzione delle collezioni.

Il Consorzio avrebbe dovuto operare dal 1969 al 1984, ma continuò in proroga fino al 31 dicembre 1988. Il 2 maggio 1974 Diego de Henriquez morì nell’incendio scoppiato nel magazzino di via San Maurizio dove risiedeva e “le cose già di proprietà dello stesso (che costituivano la parte più consistente della “collezione” amministrata dal consorzio) divennero di proprietà degli eredi (la moglie ed i due figli)”.

Tra la fine del 1983 e gli inizi dell’anno successivo il Comune di Trieste, con l’erogazione di un contributo di L. 550.000.000 da parte della Regione (decreto 18.7.1983, n. 704/Istr.), acquistò la titolarità delle raccolte.
Una volta conclusasi la gestione consorziale, gli enti consorziati non vollero prorogare ulteriormente la durata del Consorzio per cui lo stesso era da considerarsi “Cessato di diritto ai sensi dell’art. 167 del T.U.L.C.P.”: a quel punto il Prefetto di Trieste, con decreto 03.03.1989, provvide alla nomina di un “Commissario per la provvisoria gestione delle collezioni di armi e documenti del cessato consorzio” (patrimonio tutelato ai sensi della legge 1° giugno 1939 n. 1089), nella persona del dott. Vittorio Bartolini cui vennero affidati dei compiti ben precisi, tra cui quello di redigere l’inventario della collezione.
Dal 1990, per tre anni, il Commissario prefettizio fece redigere degli inventari e il 12.11.1993, con una lettera, comunicava che “tutto il materiale museale è passato alla gestione del Comune di Trieste e che pertanto con effetto immediato e salvo particolare richiesta ogni suo intervento veniva a cessare”. Nel 1994 il Comune, proprietario della maggior parte dei beni costituenti le collezioni, ne assunse di fatto la gestione demandando le relative incombenze al Settore Attività Culturali (verbale della deliberazione n. 4062 dd. 22.12.1994). Nello stesso anno ne perfezionò l’acquisto.
Il 3 marzo del 1997, con deliberazione giuntale n° 211, le collezioni sono entrate a far parte dei Civici Musei di Storia e d’Arte di Trieste (museo multiplo a direzione centrale) con il nome di Civico Museo di guerra per la pace “Diego de Henriquez”.
Il patrimonio del Museo rimane sotto il vincolo della Soprintendenza la quale, negli anni Settanta, lo dichiarò “valore storico d’interesse pubblico”.

Le sedi

Nel periodo del Consorzio i materiali furono dislocati in diverse sedi: i mezzi pesanti sul Monte Calvo a Trebiciano e altri pezzi dello stesso tipo nell’ex macelletto di Villa Opicina con annessa un’officina per la manutenzione. Il magazzino di via San Maurizio 13 fu destinato invece ai materiali minori e all’oggettistica in generale, mentre nei locali di via Gambini 10 furono ricoverati prevalentemente libri, fondi documentari, manifesti e fotografie. Nel 1980 – a seguito della progettazione dei lavori riguardanti la grande viabilità – fu deciso che il Monte Calvo doveva essere sgomberato: sei anni più tardi – nel 1986 – il Comune diventò affittuario dell’ex campo profughi di Padriciano dove i mezzi pesanti e i grandi pezzi d’artiglieria vennero trasferiti e dove vi rimasero fino al 1999, anno in cui furono spostati definitivamente nella dismessa2 caserma “Duca delle Puglie” di via Cumano 24 a Trieste. I tre hangar furono inaugurati ufficialmente il 23 giugno 2000.

Agli inizi degli anni Novanta, gli oggetti più piccoli e delicati, i documenti e i libri vennero trasportati nell’ex caserma Beleno di via Revoltella. L’accesso all’edificio che accolse i materiali, cui è attribuito il numero civico 33, era consentito da via Revoltella 29. In occasione dell’inaugurazione della prima mostra in quella sede (1998) fu aperto un accesso al n. 37 sempre di via Revoltella. In seguito, nell’ambito della prima fase di ristrutturazione del comprensorio dell’ex-caserma Beleno, in base al progetto approvato per la costruzione della nuova caserma della Polizia Municipale, il Civico Museo di guerra per la pace “Diego de Henriquez” ha subito due altri cambiamenti di indirizzo: da maggio 2006 l’accesso venne nuovamente garantito da via Revoltella 29, mentre nel 2007 fu aperto un nuovo ingresso in via delle Milizie, al quale l’Ufficio Toponomastica del Comune di Trieste attribuì il numero civico 16.

Il comprensorio dell’ex-caserma Beleno, fino agli inizi dell’anno 2011, ha quindi ospitato una sede provvisoria del Museo con gli uffici, il consistente archivio (fondi civili, militari e cartografici), l’archivio fotografico di più di ventiquattromila fotografie in positivo (molte delle quali scattate dallo stesso de Henriquez) e la biblioteca dotata di circa tredicimila volumi. E inoltre: sezioni attinenti a telecomunicazione, riproduzione fonica, sfragistica, filatelia, militaria (soprattutto uniformi e copricapo), stampe, quadri, medaglie, giocattoli e modellini, sia a carattere bellico che civile, modelli d’arsenale, ricostruzioni in scala, reperti archeologici e oggetti orientali di particolare interesse.

Sui due piani del complesso erano, inoltre, visitabili due mostre allestite con parte dei materiali dell’Istituto: la prima, di argomento navale, intitolata “Le navi di Diego de Henriquez”, inaugurata nel 1998, la seconda sulla sanità militare nelle due guerre denominata “Saluti dalla Sanità” e aperta al pubblico nell’anno 2000.
Dall’apertura della mostra a carattere navale, la sede divenne visitabile con il seguente orario: lunedì e mercoledì dalle 9.00 alle 16.00, martedì, giovedì e venerdì dalle 9.00 alle 13.00. Chiusa il sabato, la domenica e i festivi, salvo richieste o iniziative particolari.

Le visite agli hangar di via Cumano, invece, avvenivano solo su prenotazione all’interno dell’orario sopraccitato.
Entrambe le sedi erano incluse nel Servizio didattico dei Civici Musei di Storia ed Arte, che, al “de Henriquez”, è stato sospeso dall’anno 2009 in quanto gli edifici del Museo, per motivi prevalentemente legati alla sicurezza, sono stati chiusi al pubblico.
A questo proposito si riporta il testo inviato dall’ing. Khalil di Global Service riguardante la chiusura della struttura museale di via delle Milizie 16:

“Facendo seguito a quanto già comunicato al Comune di Trieste con nota del sottoscritto dd. 26/09/2007 circa la necessità dell’esecuzione immediata ed improrogabile di sondaggi dei soffitti all’ultimo piano della struttura causa possibili distacchi, alla luce di quanto visivamente verificato in data 25/11/2009 riguardo gli intonaci vetusti e non perfettamente aderenti nelle varie sale al primo e secondo piano, dove tra l’altro si sono già verificati vari distacchi, essendo probabili nuovi distacchi che potrebbero pregiudicare l’incolumità del personale e dei visitatori, il sottoscritto ing. Fabio Khalil, incaricato dalla Global Service per la verifica statica visiva delle strutture in appalto, dichiara L’INAGIBILITA’ della totalità dei vani dell’edificio con l’esclusione di quelli al pianterreno. Inoltre, data la vetustà dei locali adibiti a magazzino al piano terra ed alle condizioni esterne in rapido e progressivo degrado, seppur non attualmente non si rilevano pericoli incombenti, il sottoscritto CONSIGLIA lo sgombro e la chiusura anche dei detti locali. Per la riapertura dei vani sarebbe necessaria una battitura globale degli intonaci di soffitto e data la vetustà e le condizioni statiche, probabilmente il loro totale rifacimento”.

L’ex-caserma “Duca delle Puglie” di via C. Cumano, dopo gli interventi di riqualificazione che inizieranno a breve interessando l’hangar 3 e l’ex-palazzina cinema (edificio 4), diverrà la sede definitiva del Museo: oltre a ospitare, dal 1999, i mezzi e i pezzi di artiglieria pesante, dallo scorso anno – a seguito di un trasloco durato dal 17 novembre 2010 al 28 febbraio 2011 – accoglie tutto il materiale che si trovava presso l’ex-caserma Beleno. Esso è stato sistemato nell’ex-Palazzina comando (via C. Cumano 22), il cui pianterreno è a disposizione della Biblioteca Civica “Attilio Hortis” .

In base al progetto presentato da Antonella Furlan e da Antonio Sema nel 1997, i mezzi e i pezzi di artiglieria sono distribuiti negli hangar in base al seguente criterio:

  • Hangar 3: “Motori di guerra” e “Individuare per colpire”.

  • Hangar 8: “Il sogno di Diego”, “Crepuscolo a Nord-Est” e “Insidie nascoste”

  • Hangar 10: “La voce dei re”

  • “Autarchia e tecnologia” (sezione relativa alle littorine blindate posizionate all’esterno tra hangar l’8 e il 10 e, fino all’anno scorso, coperte da tettoia metallica)

La denominazione del Museo

Parlare di pace mostrando carro armati e cannoni non è facile, soprattutto quando bisogna spiegare il Museo de Henriquez ai giovani i quali, quasi sempre, sono fortemente attratti dalle macchine di guerra. Non possiamo escludere che agli inizi Diego de Henriquez fosse stato realmente affascinato da tutto ciò che riguardava il mondo guerresco ma, sicuramente, col tempo maturò una concezione nuova, derivata, probabilmente, dall’aver vissuto in prima persona il secondo conflitto mondiale: decise infatti di mostrare la guerra per educare alla pace ed è in quest’ottica che il Comune oggi sta svolgendo il suo operato accettando donazioni e facendo acquisizioni anche di materiale relativo alla tecnologia civile per poter invitare a riflettere – soprattutto le nuove generazioni – sui diversi esiti dell’impiego dell’ingegno umano a fini bellici ed a fini di pace.

 Va inoltre detto che Diego de Henriquez arrivò a sviluppare una concezione del tutto particolare, di non facile comprensione, e cioè quella dell’abolizione della morte e del male dal futuro e dal passato tramite lo svincolamento dallo spazio-tempo o inversione del tempo. A suo avviso, chiunque fosse intellettualmente attivo poteva prendere coscienza di una vita eterna vissuta al presente, dove ogni avvenimento, anche remoto nella nostra classificazione abituale, assumeva la potenzialità di un accadimento attuale.Leggendo la storia scritta si diveniva compartecipi di fatti paralleli che, in quest’ottica, assumevano la connotazione della contemporaneità.
Concetti sicuramente complicati che meriterebbero uno studio specifico.

Alla luce di ciò ecco come Diego de Henriquez denominò il Museo per un certo periodo: “CENTRO INTERNAZIONALE ABOLIZIONE GUERRE E PER LA FRATELLANZA UNIVERSALE – MUSEO SCIENTIFICO STORICO E GUERROLOGICO DIEGO DE HENRIQUEZ” “ PRIMO CENTRO AL MONDO PER LA LETTURA E MODIFICA DEL PASSATO E DEL FUTURO – PER MEZZO DELLA INVERSIONE DEL TEMPO QUALE CONSEGUENZA DELLO SVINCOLAMENTO DALLO SPAZIO TEMPO PER ABOLIRE IL MALE E LA MORTE”.

Indicativi, inoltre, per conoscere gli intenti e le aspettative che Henriquez aveva riposto nella creazione del suo Museo, i seguenti pensieri che egli annotò nell’aprile del 1949: “Cade qui opportuna l’occasione di dire che il Museo ha anche una certa quantità di oggetti relativi alla tecnica civile, perché sono stati raccolti allo scopo di disporli in contrapposto agli oggetti guerreschi della stessa epoca e dello stesso tipo, allo scopo di dimostrare come in tutti i tempi e paesi i massimi sforzi dell’Uomo conversero verso gli strumenti bellici. Infatti dall’immediato, spontaneo confronto visivo che tale accostamento suggerisce, si può subito constatare la estrema sproporzione fra la meschinità e povertà financo primitività degli strumenti civili, di fronte invece all’estrema perfezione ( in rapporto a quegli ambienti tecnico – storici in cui sorsero) e ricchezza, degli strumenti bellici”.

Ed ancora parti di uno scritto non datato contenenti i seguenti commenti:“ … si vuole cercare di mostrare come in tutti i tempi e specialmente poi nell’epoca attuale la guerra rappresenti in buona parte una gigantesca quanto inutile dispersione di preziose energie che se impiegate per fini puramente pacifici ed umanistici potrebbero dare meravigliosi e insperati risultati”. “Tutto il materiale del Museo è stato reso irreparabilmente inutilizzabile senza guastarne però l’estetica e la completezza – attraverso lunghi e spesso costosi lavori”. “A differenza di altri Musei di guerra ( Roma, Torino, Londra, Parigi, Nuova York …), il Museo di Trieste ha un compito spirituale ed educativo. Essoè organizzato in modo da insegnare agli uomini che il benessere dell’Umanità non è nell’uccidersi ma nell’amarsi.”

1 Alfonso de Henriquez è deceduto nel mese di marzo 2004.

2 Verbale di dismissione dell’immobile demaniale dal Ministero della difesa all’Agenzia del Demanio; Verbale di constatazione e stato d’uso; Verbale di consegna al Comune di Trieste, dd. 13.04.2005.