L’ultimo viaggio…

Fedeli internauti siamo giunti a quello che – per il momento – è il nostro ultimo appuntamento.

La scorsa settimana ci siamo inoltrati nella sezione al primo piano del Museo dedicata a Trieste nella Grande Guerra. Oggi continuiamo l’esplorazione sulla stessa rotta per conoscere meglio le sorti del monumento alla dedizione di Trieste all’Austria del quale è ostesa una delle poche parti sopravvissute alla sua distruzione, ovvero la grande testa femminile della figura bronzea simboleggiante la città adriatica.

1.- Il monumento di dedizione di Trieste all'Austria raffigurato su una cartolina degli inizi del '900. (Fondo Sergio Zanetti)

Nel 1882, per celebrare la ricorrenza dei cinquecento anni dell’atto di devozione del porto giuliano alla Casa d’Asburgo, vennero costituiti un comitato esecutivo e un fondo per l’erezione di un monumento che vide la luce solo sette anni più tardi, il 25 marzo 1889. Per sfuggire all’ostilità e alle mire espansionistiche di Venezia, Trieste, nel 1382, aveva chiesto a Leopoldo III d’Asburgo di poter entrare a far parte dei suoi domini assicurando, in cambio, l’accettazione della sudditanza.

Progettato dallo scultore dalmata Ivan Rendić (Imotski 1849-Spalato 1932) il complesso monumentale venne collocato nel giardino della piazza antistante la stazione ferroviaria.

2.- D. Bechtinger - Demolizione monumento dedizione all'Austria, 1919 (Fototeca CMSA F2937)

Di forma piuttosto articolata, si ergeva da uno zoccolo di forma quadrata, raggiungendo un’altezza complessiva di poco superiore ai 14 metri: un imponente obelisco sovrastava un insieme litico raffigurante ruderi architettonici di epoca romana davanti ai quali, rivolta verso la stazione, si ergeva l’allegorica, bronzea effigie femminile – fusa a Vienna – con l’alabarda sul petto e il braccio destro alzato in segno di esultanza. Sul basamento inferiore si trovava l’epigrafe dedicatoria scritta dallo storico don Pietro Tomasin (1845-1925), su quello superiore, dal quale si innalzava l’obelisco, lo stemma imperiale.

3.- Pietro Opiglia - Statua di donna con l'alabarda : Monumento della dedizione all'Austria di Giovanni Rendich, [1919] (Fototeca CMSA F16784)

Alla fine della Grande Guerra i monumenti testimoni della prolungata sottomissione di Trieste all’Austria iniziarono a divenire invisi alla popolazione. Nell’aprile del 1919 la Giunta comunale, su indicazione del Governatore, Generale Carlo Petitti di Roreto (Torino 1862-1933), incaricò la Commissione alle costruzioni di provvedere alla rimozione da vie e piazze delle opere scultoree dell’ormai passato governo austriaco. In prima battuta la Commissione propose di trasportare le parti del monumento di dedizione nel Lapidario tergestino di San Giusto, ma molti cittadini si opposero nella convinzione avrebbero inquinato un luogo che con i suoi reperti era degno esempio dell’italianità del territorio. L’ing. Cornelio Budinich, poi Budinis, dell’Ufficio tecnico comunale, incaricato degli smantellamenti e coadiuvato dalla Commissione comunale per le arti, propose di spostare l’opera presso la villa Basevi donata al Comune da Giuseppe Basevi nel 1901 e all’epoca assegnata al Museo Civico d’Antichità per la gestione delle raccolte patrie e risorgimentali. Per cercare di accontentare coloro che erano scettici anche nei confronti di questa nuova soluzione la Giunta arrivò al compromesso di spartire i pezzi del complesso tra la villa di via Besenghi e il deposito comunale di viale Miramare.

4.- Fotografia relativa al recupero della testa bronzea da parte di Diego de Henriquez (Archivio fotografico del Civico Museo "Diego de Henriquez" - 12895)

Il 19 settembre del 1919 presero avvio i lavori di demolizione del monumento affidati alla ditta di Silvio Malossi: per prima cosa la statua fu trasportata nel fondo di viale Miramare, nei giorni successivi le altre parti vennero suddivise tra lo stesso fondo – che accolse soprattutto i materiali riutilizzabili – e la villa Basevi dove furono trasferiti blocchi marmorei, l’obelisco, i pilastrini e le ringhiere che avevano delimitato l’opera. Nel mese di marzo del 1920 l’intervento era concluso anche grazie all’aiuto del Comando del Genio della III Armata che aveva messo a disposizione i veicoli per il trasferimento dei materiali.

Della realizzazione dello scultore dalmata oggi rimane ben poco: agli estremi del Ponterosso fanno bella mostra di sé i fanali che completavano l’inferriata perimetrale al monumento mentre il rosone raffigurante gli stemmi delle Tredici casade triestine si trova murato all’entrata del Castello di San Giusto.

5.- e 6.- La testa della statua bronzea simboleggiante la città di Trieste nell’attuale collocazione al primo piano del Museo

La statua andò distrutta: dopo un tentativo, vano, di ricollocazione venne fusa e il metallo adoperato durante il Secondo conflitto mondiale. Si salvò solo la testa, recuperata da de Henriquez per evitare finisse nell’oblio quello “sguardo triestino”, orgoglioso e sorpreso allo stesso tempo, quasi Rendić avesse intuito quale sarebbe stato il destino che l’attendeva: dapprima amata e ammirata, poi incredibilmente detestata tanto da finire in un magazzino privata del corpo e di tutto il resto. Il nostro viaggio finisce qui, ma nuovi itinerari sono allo studio per farci nuovamente navigare, in un futuro prossimo, negli universi sconfinati e paralleli di questa incomparabile e avvincente collezione museale.
Alcune informazioni sono tratte da:
  • DE ROSA Diana, Il deposito della pietra : la lunga guerra dei monumenti, Trieste 1915-2008, “Archeografo Triestino”, serie 4, v. 74 = 122 (2014), Trieste : Società di Minerva, 2014, p. 457-508
  • ZUBINI Fabio, Borgo Teresiano, Trieste : Edizioni Italo Svevo, 2003-2004, v. 1, p. 123-124
7.- Ponterosso: due dei quattro fanali ora disposti alle estremità del ponte
8.- Particolare di uno dei fanali
9.- La ruota delle Tredici casade triestine al Castello di San Giusto (Foto Alessandra Relli – Fototeca CMSA)

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Civico Museo della Guerra per la Pace
Diego de Henriquez